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lunedì, 05 maggio 2008

KHOMA - The Second Wave - 2006

khoma-secondwave

Gli svedesi non sono normali, e questo lo sapevamo bene. I Khoma non fanno eccezione, una band che preferisce definirsi un “collettivo” di una quindicina di persone, ciascuna con compiti ben precisi: chi scrive la musica, chi la suona in studio di registrazione, chi ancora la diffonde a gran voce dal palco. Qualche dato più preciso possiamo però darlo: i tre timonieri che ved(r)ete nelle foto promozionali sono Jan Jamte (voce), Johannes Persson (chitarra) e Fredrik Kihlberg (chitarra, voce e pianoforte), tra cui i più attenti fra voi avranno riconosciuto in Persson uno dei tre chitarristi dei Cult Of Luna.


Il primo ed unico nome che mi sento di associare alla musica dei Khoma è Dredg: Emotional Rock ad alto tasso di dipendenza. Beninteso, solo a livello intuitivo, poiché è facile riconoscere la differenza tra il sound americano dei Dredg e le note dei Khoma, provenienti dalla gelida Umeå, città svedese al di là del circolo polare artico. Note se vogliamo anche più ricercate, soprattutto nelle trame di chitarra in cui è fin troppo evidente l’apporto di Persson, che mette i brividi nel finale post-rock di ‘Hyenas’ e, in generale, nei momenti più sostenuti dell’intero album. Non è il virtuosismo ad ammaliare, ma i suoni e gli arrangiamenti; ed è forse un peccato che la band abbia riservato poco spazio alle soluzioni strumentali, affidandosi spesso all’ugola - comunque ottima! - di Jan Jamte. ‘The Second Wave’ è in ogni caso parecchi gradini sopra la media della valanga di uscite odierne, e di conseguenza fortemente consigliato, licenziato da Roadrunner Records ed assolutamente reperibile nei negozi.

Mi piace credere che ben pochi in Italia parleranno di questa piccola gemma, presi a rincorrere i soliti grossi nomi: i Khoma forse non diventeranno mai delle rockstar internazionali, ma questo senza dubbio gioverà in futuro alla qualità della loro proposta.

Track Listings

1. Guillotine
2. Stop Making Speeches
3. If All Else Fails
4. Medea
5. Hyenas
6. Through Walls
7. Like Coming Home
8. Asleep
9. Last Call
10. 1909.08.04
11. One Of Us Must Hang

VOTO 8 1/2

LINE UP

JAN JAMTE - VOCALS
JOHANNES PERSSON - GUITAR
FREDRIK KIHLBERG - GUITAR/PIANO

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"Medea"



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categoria: khoma
lunedì, 05 maggio 2008

ESOTERICA - The Fool - 2005

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Chiudete gli occhi. Immaginate la poetica melodicità dei Dredg, ariosa e pulsante, mossa dal misticismo più ermetico e soffuso degli A Perfect Circle, agognata brezza travolgente. Potete vederli danzare, al ritmo di battiti tachicardici ed ansimi, mormorii sommessi e parole talvolta sussurrate, appena udibili, talaltra talmente potenti, energiche e carismatiche da muoversi verso il cielo. Volteggiano nella luce crepuscolare d'una dimensione lontana, ove tutto è ancora così evocativo, così armonioso... Una proposta che muove al pianto, occhi che si riempiono d'animose e vive lacrime viscerali; fremiti e brividi, il corpo che, preso alla sprovvista, viene raggelato da un calore tanto inatteso ed inaspettato.

Gli Esoterica che stravolgono, con brani tanto efficaci quanto essenziali, d'una brevità che dice molto più di tutto, e d'un'intesità spiazzante, in grado d'attingere con la medesima disinvoltura da generi lontani tra loro, e che in "The Fool" trovano alta celebrazione. "Salvation" intreccia i toni cupi degli ultimi Anathema con la carica dei riff degli A Perfect Circle; si fregia d'un ritornello che, con riverberi e ricami chitarristici, appartiene letteralmente ad un'altra dimensione. "Don't Rely on Anyone" muove i suoi passi sull'eredità di brani di classe e ruvidi come "Judith", interpretando carisma e piacevolezza del sound a modo suo. Non mancano arrangiamenti sottilmente preziosi, rifiniture di pregio che danno appagamento all'udito. "Valium" è uno stordimento fatto di caldo incedere del basso ed echeggianti arpeggi di chitarra, ed è un esempio di come il singer degli Esoterica sia fortemente in grado di accentrare su di sé, sulla sua interpretazione, la forza d'un brano.
Gli episodi si succedono senza soluzione di continuità, assecondando tra l'altro intelligenti transizioni di brani tra loro simili. La seguente "Pushing Providence" riprende la tecnica dell'arpeggio acustico per poi decollare con spirali chitarristiche psichedeliche e raddoppi vocali da stordimento, semplicemente immensi. Dall'hard rock di stampo statunitense, concitato e stoppato; dal brit-pop più malinconico; dall'alternative-rock più chitarristicamente sperimentale ed ipnotico. Violoncello, talvolta, come nel caso del memorabile episodio "Adam"; ma soprattutto Tobias, unico potenzialmente degno di raccogliere l'eredità di Maynard, dimostrandosi altrettanto capace, altrettanto espressivo, altrettanto comunicativo.
Produzione inappuntabile, pulita e potente, affidata ad uno di quei nomi che possono tranquillamente definirsi 'garanzia di qualità', ovvero John Fryer (NIN, HIM, Depeche Mode etc.); un artwork dal sapore orientale, variopinto ed 'esoterico', con qualche piccolo ammiccamento agli A Perfect Circle (la "E" degli Esoterica assomiglia vagamente alla prima metà del cerchio, logo del gruppo di Billy Howerdel) ed ai Tool (l'occhio situato al centro di un corpo umano) a depistare o spiazzare ulteriormente l'ascoltatore. Bellezza che scioglie liberamente le lunghe, fluide chiome al vento, in un dionisiaco vorticare rapito nel rispetto inconscio dei più oggettivi canoni di Perfezione.

TRACKLIST

  1. Exposed
  2. Don't rely on anyone
  3. Samples
  4. Salvation
  5. Valium
  6. Pushing providence
  7. Adam
  8. Life is lonely
  9. The fool
  10. Miranda & the tempest
  11. Close your eyes
VOTO 8

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Don´t Rely On Anyone



LIFE IS LONELY




SALVATION


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categoria: esoterica
venerdì, 02 maggio 2008

ISIS - In The Absence of Truth - 2006

in the absence of truth

Sono trascorsi quasi dieci anni da quel timido ma persuasivo debutto intitolato Mosquito Control, ma gli Isis hanno ancora potenzialità enormi dal punto di vista creativo, potenzialità che si manifestano in modo spontaneo in ogni full-lenght, assumendo forme inaspettate e di certo personali. Il sound del gruppo californiano capitanato da Aaron Turner ha raggiunto livelli di sperimentazione notevoli, abbracciando generi assai distanti fra loro, visibili nell’approccio Hardcore di diverse sezioni, negli spunti avant-garistici, nelle acide distensioni psichedeliche o nel mood Doom-Sludge che accompagna l’atmosfera di ciascuna canzone. Tutti questi elementi si erano intrecciati impeccabilmente sia in Oceanic che in Panopticon, le due pubblicazioni che hanno fatto puntare il riflettore su questa realtà in costante evoluzione non solo da parte del pubblico Core mondiale: giunti quasi alle porte del 2007 con un enorme bagaglio di esperienze, maturato in dieci anni di tour estenuanti e di uscite sempre all’avanguardia, gli Isis si ripresentano con In The Absence Of Truth, opera che si prospetta una delle migliori nel suo genere, elevandosi al livello di Oceanic e Panopticon.

Wrists Of Kings evidenzia subito come gli Isis curino il timbro nei minimi dettagli, delineando un alone Sludge di grande effetto, figlio di quel Panopticon che tanto aveva stupito per la sua drammaticità: viene conferito maggiore spazio alla voce di Turner, dal tono decadente e carico di sconforto, affiancata dal soffocante incedere delle chitarre, melodiche e snelle nel clean, opprimenti e profonde nel distorto. Schiudendosi in un climax sonoro nel finale, Wrists Of Kings, sempre legata concettualmente all’analisi delle politiche condotte dall’uomo nella storia, lascia posto a Not In Rivers, But In Drops, plasmata su giochi di chiaroscuro di grande spessore artistico, che alternano alle architetture spalmate dalle chitarre clean le sferzate impetuose dell’Hardcore. Rispetto a Panopticon la batteria appare più elaborata e varia nel suo approccio, sebbene l’atmosfera monotona descritta nel precedente album fosse pervasa da un fascino oscuro ed irripetibile.
Episodio straordinario per la sua carica emotiva è Dulcinea, dotato di una batteria a tratti tribale, perfetto accompagnamento per un tappeto di chitarre clean deliziose e struggenti: si descrive un’atmosfera fredda e razionale, dove ogni singola nota dell’intreccio delle chitarre assume un valore speciale, prima di sfociare in un’esplosione attesa da troppo tempo.

Over Root And Thorn è densa di quelle influenze Post-Rock/psichedeliche che tanto avevano segnato Panopticon: e se dapprima si percepisce una direzione onirica e slanciata, in seguito la composizione volge verso meandri profondi e penetranti, dilaganti di effetti e cupi nella loro forma.
Sullo stile di Dulcinea è 1000 Shards, calibrata ed impeccabile nella sua evoluzione interna, trasudante di emozioni ed imprevedibile. Episodio trascurabile è invece All Out Of Time, All Into Space, intermezzo di stacco delineato dai synth.
Tormentata ed inquietante è Holy Tears, che lascia trasparire frammenti musicali tipicamente Neurosis e Godflesh, perfettamente inscritti nella solita cornice atmosferica degli Isis. Le sonorità di Firdous E Bareen, strumentale Post-Rock, passano del tutto inosservate rispetto a quelle di Garden Of Light, raffinata traccia che si estende con facilità da un registro stilistico all’altro, mettendo in rilievo le abilità di Aaron Turner e compagni.
L’uso del sintetizzatore e dell’elettronica si è fatto più ampio in In The Absence Of Truth e il risultato è differente da tutto ciò che gli Isis hanno prodotto fino al 2006: tuttavia, il punto di forza della band è ancora costituito dall'abilità con cui i californiani riescano a legare timbri sperimentali in modo così cerebrale ma così spontaneo.

In definitiva, In The Absence Of Truth è un disco complesso ma capace di affascinare già dal primo ascolto: forse la prima parte dell’album potrà apparire come la continuazione di Panopticon, nonostante vengano presentati elementi nuovi ed inaspettati.
Certamente In The Absence Of Truth si colloca ad un livello inferiore rispetto al maestoso ed eterno predecessore, ma le soluzioni proposte rendono onore ad una band fondamentale per la storia del Rock/Metal moderno, una realtà dinamica ed in grado di conciliare sfere musicali quasi opposte, ma sempre all’insegna dell’avanguardia.


LINE UP:
- Aaron Turner - chitarra, voce
- Aaron Harris - batteria
- Jeff Caxide - basso
- Mike Gallagher - chitarra
- Cliff Meyer - elettronica, chitarra


TRACKLIST:
1. Wrists Of Kings
2. Not In Rivers, But In Drops
3. Dulcinea
4. Over Root And Thorn
5. 1000 Shards
6. All Out Of Time, All Into Space
7. Holy Tears
8. Firdous E Bareen
9. Garden Of Light

VOTO 8 1/2

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"Holy Tears"




"Dulcinea"


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categoria: isis
venerdì, 02 maggio 2008

INDUKTI - S.U.S.A.R. - 2005

InduktiS.u.s.a.r.
Polonia, dolce polonia. Chi prova a seguire il labirintico e difficile mondo del progressive odierno di sicuro avrà già avuto modo di capire che gran parte delle speranze per questo genere sono tenute vive nell'est-europa e in particolare in  Polonia. Ne sono esempio i Riverside, con i gioielli Second life syndrome e Out of myself, due di quegl'album che hanno la caratteristica di essere magnetici, tanto che è difficile staccare le orecchie dalle cuffie quando girano nel lettore. Sula scia di questa valorosa band ecco gli Indukti, e ci troviamo davanti a un signora band.


Ipnosi. Eco di emozioni rimaste incastrate tra i meandri della mente. Onirico paesaggio: fatto di curve e non di linee. Un treno a grande velocità dentro una galleria senza fine. Tutto questo è S.u.s.a.r, l'unico lavoro che per ora gli Indukti ci hanno regalato. La musica è un gomitolo che lentamente avvolge l'ascoltatore, senza che lui se ne accorga: lo lascia attonito e completamente immobile. Flauti, arpe, violini, soffuse arie di tastiere sono seguiti a ruota da riff assassini: l'esempio è Shade, una delle track più belle. 4' e 28'' che ci lasciano a bocca aperta, senza parole che tentino di aggiungere qualcosa. Chi canta? A dimostrazione della grande influenza che i Riverside hanno su questa band la scelta di invitare nel progetto proprio il loro cantante, Mariusz Duda, che perfettamente si inserisce nel gruppo: la sua voce sembra fatta apposta per questo genere di musica, la sua voce diventa ll'elemento necessario per fondere insieme la melodia.

La band ha deciso di incidere tutti gli strumenti insieme, come suonassero in un live: la musica è un'avventura, un sogno, non c'è soluzione di continuità. Si aprono porte che nascondono mondi suflurei, inorganici: il percorso è già segnato, dobbiamo solo camminare, augurandoci che la fine del viaggio sia ancora lontana. Nel viaggio di S.u.s.a.r. appaiono ogni tanto i fantasmi dei Tool, le ombre dei Porcupine tree, i fugaci riflessi di band come i King Crimson o i Pink floyd, ma questo non toglie la rilevante originalità del lavoro di questi polacchi: S.u.s.a.r. è un pezzo da novanta che merita l'attenzione che non ha avuto. Dovete averlo tutti. E allora gli Indukti, dalla fredda Polonia, entreranno nei vostri sonni per non uscirne più.

 

Tracklist:
1. Freder (7:30)
2. Cold Inside... I (4:05)
3. No. 11812 (7:59)
4. Shade (4:29)
5. Uluru (6:34)
6. No. 11811 (7:25)
7. ...and Weak II (9:36)

 

VOTO 9

 

LINE UP

ewa - violin

jasiek - guitar

kociam - guitar

andrew - bass

wawrzyniec - drums

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"SHADE"





"MANTRA"





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categoria: indukti
venerdì, 02 maggio 2008

The Butterfly Effect - Begins Here - 2004

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Una dolce melodia eterea, sostenuta da poche note di pianoforte, un timido violino. Un lento crescendo. Un ritornello esplosivo da buttarti giù dalla sedia e lasciarti senza fiato per tutta la sua durata. Il violino che ti rialza. Di nuovo quella melodia e il ritornello che arriva molto più velocemente. Apnea totale. Il violino, questa volta, oltre ad alzarti ti porta nell'angolo e ti lega per bene, in modo che tu non possa perderti neanche una nota. Ed ecco l'esplosione. Cadi a terra. E' finita.

Questa era la descrizione di "Without Wings" uno dei 13 brani di "Begins Here", esordio degli australiani Butterfly Effect.

La band si muove nelle stesse atmosfere di band come A Perfect Circle: brani potenti ma mai banali, atmosfera intensa e disperata con una voce da pelle d'oca. Rispetto alla band di Maynard mantengono una matrice maggiormente metal, che aiuta ad enfatizzare maggiormente gli aspetti "terreni" dei brani senza essere troppo psicologica.

Il loro sound corposo, tecnico ma ispirato li rende l'anello mancante fra i Tool e gli A Perfect Circle.

La bellezza del disco vale lo sbattimento di cercare "Begins Here" in Australia!

Track Listings
1. Intro
2. Perception Twin
3. Consequence
4. One Second Of Insanity
5. Crave
6. Beautiful Mine
7. Intro
8. Filling Silence
9. Always
10. Without Wings
11. Overwhelmed
12. A.D. Outro

VOTO 8 1/2


LINE UP

Ben Hall - Drums
Clint Boge - Vocals
Glenn Esmond - Bass
Kurt " PUDDLES " Goedhart - Guitars

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"Crave"




"ALWAYS"


"One Second Of Insanity"



The Butterfly Effect - Crave (Live)


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categoria: the butterfly effect
martedì, 22 aprile 2008

Aereogramme - My Heart Has a Wish That You Would Not Go - 2007

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Gli scozzesi Aereogramme, nei quattro anni che hanno separato Sleep And Release da questo terzo capitolo discografico My Heart Has a Wish That You Would Not Go, non sono rimasti inattivi ma hanno dato vita all’ep Seclusion e al mini In the Fishtank 14 in collaborazione con gli Isis: tanta era comunque l’attesa per il terzo parto della band capitanata da Craig B e si può dire con certezza che My Heart Has a Wish That You Would Not Go non delude le aspettative, in quanto gli Aereogramme sono maturati e si sono finalmente addentrati in uno stile che li rappresenta nella loro totalità.


L’Indie dalle sapienti componenti Alternative e Progressive è un miscuglio capace di cullare l’ascoltatore, senza mai stancare e trovando sempre elementi innovativi che attirano l’attenzione. Le undici tracce che formano l’album sono qualcosa di meraviglioso e di indescrivibile perché, a tratti sommesse e a tratti solenni, riescono a tessere atmosfere uniche e ricercate: le architetture di tastiere ed archi che costituiscono il tappeto sonoro sottostante le melodie delle chitarre sono parecchio curate, come dimostra l’opener Conscious Life For Coma Boy. Particolare attenzione viene poi fornita alla resa della voce che, delicata e morbida, circonda con un soffice abbraccio l’ascoltatore proiettato in una dimensione Indie colta e riflessiva.
Solo dall’analisi di pochi episodi si riesce a comprendere quale sia l’effettiva portata qualitativa del song-writing dei quattro di Glasgow: la loro versatilità stilistica è testimoniata dalla contrapposizione di un registro disteso e meditativo (Finding A Light o You’re Always Welcome) ed un altro più tenebroso e corposo (l’originale Nightmares), ma tutte le canzoni si riconducono ad un’unità strutturale che appare come il punto di forza del full-lenght.
Non mancano passaggi commoventi che permettono un accostamento emotivo ancora più forte, come la splendida Barriers, che fa correre lontana la mente verso destinazioni ignote dell’immaginario.

Sembra che gli Aereogramme abbiano conferito notevole importanza al sentimento in My Heart Has a Wish That You Would Not Go, dando origine ad un Indie di classe che, rafforzato nella sua forma dalle sospese aperture Alternative, memori di Oceansize ed Amplifier o dal raffinato gusto progressivo che permea le sezioni meditative, trova responsi positivi per la sua eleganza ed efficacia. Si consiglia pertanto il terzo lavoro del four-piece scozzese a tutti gli amati dell’Indie che scorre via senza troppi ostacoli, perché immagine di una musica vera e spontanea: in questo ambito gli Aereogramme sono maestri e My Heart Has a Wish That You Would Not Go, continuando sulla scia di Sleep And Release, diventa il simbolo di quella che si preannuncia come un’evoluzione fuori dal comune.


LINE UP:
- Craig B - voce, chitarra
- Iain Cook - chitarra, programmazione
- Campbell McNeil - basso
- Martin Scott - batteria


TRACKLIST:
1. A Conscious Life for Coma Boy
2. Barriers
3. Exits
4. A Life Worth Living
5. Finding a Light
6. Living Backwards
7. Trenches
8. Nightmares
9. The Running Man
10. You're Always Welcome

VOTO 8

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A Conscious Life


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categoria: aereogramme
martedì, 22 aprile 2008

RISHLOO - EIDOLON - 2007

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...è il secondo disco, indi non sarebbe giusto parlare di rivelazione, nonostante la critica li abbia abbondantemente snobbati senza un motivo valido, a meno che sia ancora valida l' equazione “Seattle = Grunge” , perchè questa band mesce alla perfezione Prog,songwriting neofloydiano e esplosive melodie Plantiane già alle primissime note.

Hanno l'innato talento di non perdersi mai nelle labirintiche trame che tessono continuamente , Drew Mailloux diventa un equilibrista vocale, un funambolo di prima categoria, timbrica straordinariamente efficace, profonda ed evocativa . Passionale, selvaggia, ansiosa, lacerante. Quasi a raccogliere le note nell'anima per poi fondersi in esse in un unico respiro. “ Freaks & Animals” è la perfetta sintesi di quanto detto, terrebbe testa tranquillamente agli episodi più ispirati degli ultimi Tool , non avendo davvero nulla da invidiare a colleghi più affermati nonostante la giovane età e non sfoggino soluzioni personali chilometriche , è il potenziale corale a lasciar senza fiato.

One more charlatan goes mute
Safe in these halls discretely
I hold out for the rare when the silence is golden
Beg to join me here

Sei corde affrante d'accompagnamento, graffianti e complici. Dave Gillett stilisticamente si mostra un ibrido tra gli ultimi Katatonia e i The Cure di Disintegration, dando muta voce alla coda “My Favorite Things” , il sogno di uno spettro non potrebbe trovar colonna sonora più adeguata. Ne segue una affascinante “Alchemy Alice” , con passaggi acuti di chitarra e suadente melodia, superbamente sviluppata con un esplosione vocale orgasmica. Dimostrazione palese della ricchezza di un songwriting maturo, rielaboratore di ispirazioni con una personalità tale , da acquisire un proprio trademark. Perchè raggiunger vette emotive come sparati da un proiettile vibrante , è cosa davvero da pochi, “To Tame the Temporal Shrew” è la dintesi del concetto in cotanto splendore , servita in note eteree , brillanti scalini per un ugola nuovamente sopra alle righe e al centro del cuore. Ne segue un intermezzo tribale in crescendo in ottave con un occhio ai musicisti posti dietro a Maynard.


Set the nightmare alight and
Dance till these flames illuminate
the cause for the lie
Redemption is not beyond our time

Sanno allontanare anche il loro spettro, Sean Rydquist è più chirurgico di Justin Chancellor , emerge possente in sporadici casi come “Omega” , in furioso slappato . In un contesto simile non risulta strano trovarsi di fronte ad ottime strumentali che variano dall' ambient moderno ( “ In Pill Form” ) alla pure psichedelia (“My Favorite Things” ) , il collettivo è sicuramente bilanciato a tal punto da non dipendere unicamente dall'estro di Drew , che prepara il grande assalto prima del silenzio : “ Zdzislaw” parte dolente, eseguita come fosse una macchina a fari spenti all'ultimo respiro della notte, per poi ingoiar violenza a sorsi brevi e intensi. “Disco Biscuit” sfuma nel suo dilatarsi , nemmeno fosse una candela spenta da poco, raccolta da una sezione ritmica pulsante ma delicata, diventa tempesta sonora , alternative rock calibratissimo e ossessivo , a tratti reso epico dall'uso del falsetto. E se il titolo del disco lascia intendere il riferimento greco al fantasma, lo spirito posto infondo all'opera, abbraccia il motivo conduttore del disco, presentandosi a voi sghignazzante nella Ghost (appunto) Track atipica, sentenzia e va via...

ut it's over soon, now red balloons keep us amputee's in
In his deep, dark circus where nobody wins

mentre loro restano ben impressi nella mente di chi li ascolterà (farà dimenticare attese per certi dischi posticipati e decrescere le manie di grandezza di certi ambienti ), e nella storia di questo 2007, che probabilmente vede questo disco, tra i migliori in assoluto delle sue dodici lente lancette.

LINE UP

David Gillett: guitar
Sean Rydquist: bass
Andrew Mailloux: vocals
Jesse Smith: drums

VOTO 9

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Freaks & Animals


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categoria: rishloo
giovedì, 17 aprile 2008

Amplifier - Amplifier - 2004

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Space, Alternative, Progressive, Experimental Rock: il genere proposto dagli inglesi Amplifier può essere definito in diversi modi, ma esso si presenta come commistione tra le sonorità dei Tool e passaggi più votati alle sperimentazioni Progressive. La band fondata da Sel Balamir nel 1999 giunge alla prima pubblicazione ufficiale con il disco omonimo, prodotto sotto la Music For Nations, solo nel 2004, ma riesce a presentare una freschezza di song-writing che sorprende l’ascoltatore. Nelle dieci tracce in cui è strutturata l’edizione originale di Amplifier, si riscontrano infatti soluzioni inedite e davvero valide, capaci di evocare sensazioni sommesse. Il tour del 2002 in supporto dei celeberrimi Deftones deve aver ulteriormente contribuito all’evoluzione di un album innovativo e fuori dagli schemi come Amplifier: avendo accolto elementi dai Tool di Lateralus, dei Deftones più votati all’Alternative che al Nu Metal, dei Dredg di Leitmotif e degli Oceansize di Effloresce, gli Amplifier riescono a distinguersi nonostante siano solo un trio.

Basta approcciarsi ad una traccia come Motorhead per rimanere affascinati dal sound oscuro e suadente, contemporaneo e cadenzato, vellutato e ricco di effetti: la voce di Sel Balamir è qualcosa di magico che si erge dal tessuto delle chitarre Alternative, mentre la batteria si esibisce in fraseggi eleganti ed elaborati. Airborne introduce atmosfere sottomarine in cui le chitarre riecheggiano dalla profondità, delineando arpeggi dotati di gusto e sensibilità. Anche Panzer segue da vicino le precedenti, mostrando però patterns di batteria di matrice tooliana e una voce più incisiva e meno sospesa, mentre la quarta Old Movies è misteriosa e triste nei suoi arpeggi gravi. E se Post Acid Youth si collocherà sulla scia dei connazionali Oceansize e Radiohead per l’alone che si costruisce più la canzone cresce d’intensità, The Consultancy invece spiazzerà per i suoi intrecci più tendenti al Progressive. La musica degli Amplifier è intrisa di una raffinatezza tutt’altro che banale, capace di trasportare verso meandri inesplorati e di mantenere sempre l’attenzione dell’ascoltatore a livello medio-alto: pochi sono infatti i momenti statici o poco brillanti di un debut album che in un solo anno ha saputo riscontrare un successo elevato e meritato. Le 5000 copie vendute nella sola Gran Bretagna permettono di comprendere come sia gradevole accostarsi ad una realtà del panorama Alternative onirica, meditativa ed in grado di non lasciare nulla al caso. I suoni sono studiati nei particolari da Balamir per conferire una corretta interpretazione a ciascun brano e per prolungare le emozioni suscitate da una musica tanto bella quanto complessa.

Amplifier costituisce quindi un capitolo meraviglioso all’interno della scena Alternative mondiale perché è un fluire continuo di riflessioni e di immagini; molti hanno paragonato la band di Manchester a dei cloni di Tool o Radiohead, ma in verità Balamir e compagni varcano un limite con Amplifier, album sperimentale e fuori dai canoni tradizionali, variegato e mai prevedibile. La scena inglese non può essere che grata ad un gruppo che sta rappresentando un altro mattone fondamentale per dare vita ad una nuova generazione di artisti britannici ispirati dai grandi acts Alternative ma provvisti di una personalità unica.


LINE UP:
- Sel Balamir - chitarra e voce
- Neil Mathony - basso
- Matt Brobin - batteria


TRACKLIST:
1. Motorhead (06:15)
2. Airborne (08:28)
3. Panzer (07:02)
4. Old Movies (05:50)
5. Post Acid Youth (06:05)
6. Half Life (03:47)
7. Drawing No.1 (02:09)
8. Neon (04:16)
9. On/Off (06:33)
10. The Consultancy (04:59)
11. Drawing No.2 (02:49)
12. One Great Summer (05:56)
13. UFOs (07:26)

VOTO 8 - 1/2

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NEON




The Consultancy



panzer (live)


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categoria: amplifier
giovedì, 17 aprile 2008

Aereogramme - Sleep and release - 2003

aereogramme
“Avevamo bisogno di creare musica intensa...”, così dissero gli Aereogramme. Questa (purtroppo) semi-sconosciuta band di Glasgow, straordinariamente affascinante e carismatica, si forma sul finire degli anni novanta e, nel giro di qualche anno entra a pieno titolo nell’olimpo dei gruppi underground più apprezzati. Giunti al secondo album, fresco-fresco di stampa, fanno subito notare che la musica intensa che avevano promesso ai loro inizi, è qui, tra le note di queste dieci tracce: le melodie, che si avalgono di arrangiamenti di violini, pianoforte ed arpa, si fanno prepotentemente spazio nella testa e, ti avvolgono, trascinandoti in un’altra dimensione fatta di evanescenza, suoni leggeri e contrasti ritmici, voci sussurrate e suadenti che sembrano cantare favole. La bellezza di ogni pezzo morbidamente suonato viene raggiunto puntualmente da taglienti chitarre e ritmi che confinano con il metal: è questo che rende speciali e davvero innovativi gli Aereogramme. E’ straordinaria l’abilità estrema con cui scivolano da “No really, everything’s fine”- pare attingere dai vecchi lavori dei Motorpsycho! – a “Older”, esempio di schizofrenia estrema che affonda nel hard rock più grezzo per riemerge subito dopo con toccanti passaggi vocali; pezzi come “Indiscretion # 243” dove il basso è rimasto ‘intrappolato’ in qualche album dei Pixies o“Wood” cupa ed urlante, rendono questo lavoro del quartetto scozzese capace di coprire l’intero spettro emozionale; le loro visioni musicali rimangono e ti fanno sentire parte di un film: il tuo preferito.


LINE UP:
- Craig B - voce, chitarra
- Iain Cook - chitarra, programmazione
- Campbell McNeil - basso
- Martin Scott - batteria

Tracklist:
1. Indiscretion #243
2. Black Path
3. A Simple Process Of Elimination
4. Older
5. No Really, Everything's Fine
6. Wood
7. Yes
8. In Gratitude

9. A Winters Discord

Voto 8

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Indiscretion #243



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giovedì, 17 aprile 2008

TOOL - Aenima - 1996

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Ænima non solo può essere considerato come il degno successore del già ottimo Undertow, ma come l’album di svolta per la band capitanata da Maynard James Keenan: diventato abbastanza rapidamente il master-piece più venduto della formazione di Los Angeles, Ænima raffigura una vera e propria esperienza musicale, un capitolo discografico così sperimentale da risultare di difficile ascolto al primo impatto, ma alla lunga dotato di un fascino unico ed irripetibile.
La totale asimmetria dei fraseggi con Ænima diventa il fattore portante della dimensione Tool e, per la prima volta, anche la sezione ritmica si ispessisce grazie all’apporto del nuovo entrato Justin Chancellor al basso, militante nella band britannica dei Peach, di supporto ai Tool nelle date inglesi del tour del 1994. L’abbandono di Paul D’Amour ha permesso alle parti di basso di svilupparsi con soluzioni inedite, esibite con innovazione proprio sull’eccezionale Ænima: lo strumento assume il valore sonoro di una chitarra distorta, pur mantenendo il timbro grave e il feeling contorto già presenti negli altri lavori targati Tool.

Prima di addentrarsi nell’ipnotico viaggio di Ænima, bisogna soffermarsi sul titolo scelto da Maynard e compagni per la terza pubblicazione ufficiale: Ænima non è altro che la combinazione delle parole “anima” (termine parecchio impiegato nel lavoro dello psicologo svizzero Carl Jung, da cui il gruppo prende ispirazione) ed “enema” (pulizia del retto e del colon), per definire la catarsi, ovvero la pulizia dell’anima.
In seguito si deve anche sottolineare come il sound dei ritrovati Tool sia ritornato intricato, ruvido e potente al tempo stesso, capace di alternare momenti di quiete a vere e proprie esplosioni timbriche, preparate con convincenti crescendi ed eseguite con maniacale precisione per i particolari.
L’Alternative esibito dai Tool esplora anche i meandri del Progressive più sperimentale, fatto di tempi dispari e di elementi azzardati ma affascinanti, fino a culminare in scelte stilistiche non lontane da un approccio tipicamente Crossover di numerosi episodi.

Stinkfist, primo singolo tratto da Ænima, avvia l’album mettendo già da subito in evidenza come il basso acquisti un ruolo centrale nelle nuove composizioni e come Maynard riesca a valorizzare al massimo la sua ampia estensione vocale, adattandosi a cantare in modo appropriato a ciascuna sezione della canzone. Essa rappresenta il capitolo più facile da assimilare di Ænima per la sua musicalità e per le ritmiche tribali inserite nella zona centrale: di Stinkfist, in quanto singolo, fu realizzato anche un video, a cui fu però sostituito il titolo in Track #1 da diversi canali televisivi perché ritenuto offensivo. Proseguendo nell’ascolto ci si imbatte in tracce sempre più sorprendenti, quali Eulogy, dove gli squilibri ritmici si fanno più percettibili, e la più distesa H., provvista però di un refrain aggressivo ed impetuoso, in cui la voce di Maynard si fa rabbiosa e graffiante.
Superando Useful Idiot, il primo dei tanti intervalli che separano gli episodi principali del platter, si giunge a Forty Six & 2, delineata dal basso distorto e sferzata dalle veloci rullate del validissimo Danny Carey e a Hooker With A Penis, la più irruente del lotto presentato dai Tool, a cavallo tra Alternative Metal e Crossover. E se Jimmy si colloca sullo stile delle precedenti, Die Eier Von Satan è una traccia sperimentale di matrice Electro-Industrial, tutta campionata con una tuonante elettronica e percorsa da frasi parlate in tedesco da Marko Fox (degli ZAUM); arriva poi il momento di Pushit, una delle migliori dell’album, strutturata in un costante sali-scendi che, attraverso un climax finale, culmina in una chiusura efficace pervasa dall’echeggiante voce di Maynard.
Prima dell'eccelso finale con la mastodontica Third Eye, viene proposta anche Ænema, scandita dalla travolgente chitarra distorta e da una sezione vocale e provvista di aperture distensive di grandissimo valore. Quando si apre Third Eye, ci si sente come giunti alla meta di un viaggio nelle nostre emozioni: il brano contiene la dedica al comico americano Bill Hicks, morto nel 1994, attraverso alcuni spezzoni come il celebre “Drugs have done good things for us” e dal punto di vista musicale appare come l’episodio più sperimentale nel suo alone tenebroso, elettronico e distorto; non mancano certamente le usuali riprese che hanno caratterizzato una vasta parte del tessuto sonoro di Ænima, ma la traccia assume un significato particolare proprio per la sua direzione inedita e soffocante.

Con un Maynard impegnato a cadenzare con una voce filtrata elettronicamente la citazione “Prying open my third eye”, diventata simbolo indelebile dei Tool, si chiude uno dei pochi dischi che hanno tracciato la storia di un genere come l’Alternative moderno, un’opera che più che musica appare come un’occasione di crescita interiore per ogni ascoltatore.
Immancabile nella discografia di qualsiasi amante del Rock questa pietra miliare delle sonorità moderne e più ricercate.


LINE UP:
- Maynard James Keenan - voce
- Adam Jones - chitarra
- Justin Chancellor - basso
- Danny Carey - batteria

Guests:
- Chris Pitman - sintetizzatore
- David Bottrill - tastiera
- Eban Schletter - organo
- Marko Fox - voce in Die Eier Von Satan


TRACKLIST:
1. Stinkfist (05:09)
2. Eulogy (08:25)
3. H. (06:07)
4. Useful Idiot (00:38)
5. Forty Six & 2 (06:02)
6. Message to Harry Manback (01:53)
7. Hooker With a Penis (04:31)
8. Intermission (00:56)
9. Jimmy (05:22)
10. Die Eier Von Satan (02:16)
11. Pushit (09:55)
12. Cesaro Summability (01:26)
13. Ænema (06:37)
14. (-) Ions (03:58)
15. Third Eye (13:47)

VOTO 10

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Stinkfist



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